L'oscurità
Era da molto tempo che Michele non si affacciava alla finestra, ma quel giorno trovò la forza per alzarsi dal letto e si avvicinò con molta fatica a quei vetri che lo trascinavano nel mondo reale. Quando Michele fu abbastanza vicino scostò la tenda blu, che anche nei giorni di sole tramutava tutto in tenebre. Era ansioso di guardare fuori, non si ricordava cosa ci fosse oltre quella sottile barriera. Ma, dei passi si facevano sempre più vicini alla sua stanza, e lui sapeva bene a cosa sarebbe andato incontro se lo avessero trovato alzato. Con tutta la forza che aveva cercò di farsi largo tra la stanza, che adesso gli sembrava così grande, e il suo letto così lontano. Una cosa si era dimenticato, richiudere la tenda, ciò avrebbe comportato non solo un rimprovero, ma anche una severa punizione, cercò allora con tutto il suo spirito di tornare indietro, ma doveva fare presto, i passi erano sempre più vicini. Raggiunse la tenda, si aggrappò con tutte le sue forze per non cadere, e la riposizionò come era sempre stata, per fortuna il suo corpo esile non la fece staccare dai suoi piccoli ganci. Ora la sola cosa che doveva fare era tornare a quel letto cosi grande, che a guardar bene non sembrava cosi lontano. Si fece forza e iniziò a percorrere quel breve tratto di stanza, mentre i passi riecheggiavano lungo il corridoio proprio fuori dalla porta. Nemmeno Michele sa come riuscì, ma il suo passo si fece più veloce e in pochissimi istanti raggiunse il suo letto, sua unica compagnia in quegli anni di vita tanto sofferti. Appena si coprì senti dei tocchi alla porta, con la sua esile voce riuscì a dire «Avanti ».
La porta lentamente si aprì e una lunga ombra scura si fece spazio sul pavimento chiaro della sua stanza. Michele riuscì ad intravedere attraverso quella luce che anche le tende fuori dalla sua stanza erano chiuse, fu l’unica cosa che scorse, perché subito dopo la porta si richiuse alle spalle di quella figura scura. I suoi occhi oramai erano abituati al buio e riusciva molto bene a distinguere ogni cosa, e fu così che si accorse che quella persona entrata nella sua stanza non l’aveva mai vista, e più di tutto quella persona non aveva ancora parlato. Il ragazzo si stupì molto e iniziò a porsi tante domande, ma senza avere la forza per farne. Si era sforzato molto per fare quei lunghi e infiniti passi, e adesso non aveva più la forza per tenere gli occhi aperti. Michele si lasciò andare e si addormentò esausto, mentre la nuova ombra continuava a spostarsi per la sua stanza. Il tempo passò e quando il ragazzo si svegliò era di nuovo solo e nessun rumore si sentiva oltre la porta. Riuscì a scorgere che l’ombra gli aveva lasciato sul comodino accanto al letto le solite fiale che doveva bere, 2 al giorno, ma notò una cosa alquanto strana, le fiale erano 4. aveva dormito per due giorni senza rendersene conto oppure quella scura figura si era solo portata avanti? Il suo problema e che non si accorge del tempo che passa, sempre chiuso al buio, senza orologi ne nessun riferimento per capire il tempo che passa.
In caso di necessità gli avevano posizionato un campanello accanto al letto, ma Michele decise che avrebbe preso una fiala subito e per le altre avrebbe cercato di inventarsi un tempo suo, per non eccedere con l’unica cosa che il suo esile corpo riusciva e poteva assumere. Cercò di avvicinarsi al comodino e si rese conto che non stava facendo fatica, anzi sembra che il suo corpo riuscisse a muoversi senza fare troppi sforzi. Si meravigliò e prima di prendere la fiale decise che sarebbe arrivato alla finestra e che al resto ci avrebbe pensato dopo. Si alzò riscoprendo in se un’ energia che non aveva mai sentito prima d’ora, andò alla finestra, scostò la tenda blu, e vide che fuori purtroppo era tutto scuro. Rimase molto deluso, è vero che non si ricordava l’ultima volta che aveva guardato fuori, ma dentro il suo cuore sentiva che doveva essere diverso, dentro il suo cuore vedeva un mondo a colori, con mille arcobaleni dopo i temporali, il fiume azzurro dove i pesci possono nuotare, il sole come una palla rotonda e infuocata che illumina e nutre il verde degli alberi, e gli infiniti colori dei fiori. Non sa da dove gli nascono queste fantasie, o forse sono i suoi ricordi? Ci deve essere stato un momento della sua vita in cui anche lui poteva giocare, correre, ridere e divertirsi, ci deve essere stato anche per lui un momento della vita in cui ha avuto una famiglia e degli amici, dove sono ora quelle persone? Dove è la sua famiglia? Perché non vede mai nessuno ma solo ombre? E poi chi è quella nuova? Tante troppe domande, troppi pensieri a cui non sapeva dare risposte o destinazioni. Doveva capire, Michele doveva iniziare a capire cosa gli stava succedendo. Tutta quella energia che si sentiva scorrere dentro, quella voglia di fare, non ricorda di essersi mai sentito così. Magari stava guarendo da quella sua malattia, una malattia che non sa come si chiami e che lo ha sempre costretto a letto. Si, di sicuro era quello, stava finalmente reagendo all’oscuro buio che per anni lo ha reso invisibile al mondo. Decise che visto come si sentiva quel giorno non avrebbe preso la sua medicina, l’avrebbe portata però con se per ogni evenienza. Si accostò alla porta della sua stanza e non sentì nessuno al di la di essa, si sentiva come se stesse facendo qualcosa di sbagliato, anche se non se ne spiegava il motivo. Fece con molta cautela ogni singolo movimento per non destare nessun sospetto e per non fare alcun minimo rumore. Finalmente la aprì. Quando era a letto ha sempre sperato che un giorno sarebbe riuscito a farlo e adesso finalmente l’ha aperta, uscì da quella stanza forse con un po’ di irruenza, ma dopo tanto tempo passato in una stanza non vedi l’ora di riuscire a vedere qualcosa di diverso, quello che vide lo lasciò stupito: un lungo corridoio buio, con alle finestre le solite tende blu. Provò a scostarle e da tutte le finestre non riuscì a scorgere un barlume di luce. Non sapeva da che parte doveva andare, così si diresse verso la porta più vicina sperando che avrebbe potuto portarlo in un posto diverso. Ci fu una cosa che lo meravigliò senza che se ne rendesse conto, il silenzio che c’era in quella grande casa. Ebbe come una visione di quella casa tutta luminosa e piena di gente, faceva caldo e il sole illuminava le pareti facendo brillare ogni cosa, alzò lo sguardo e rivide quei grandi lampadari di cristallo che facevano brillare quella immensa reggia. Oltrepassò la porta e si ritrovò in un salone immenso con tanti lampadari, infinite finestre che circondano la stanza, tavolate rettangolari a formare un ferro di cavallo, con dei candelabri a tre bracci poggiati sopra. Si avvicinò a una finestra e si ricordò che portava in un giardino fiorito con un labirinto di siepi e roseti a fare da strada. La finestra finalmente si aprì e uscì all’aperto, l’aria era fresca e il sole doveva ancora sorgere, ma si poteva intravedere il rosa, l’arancio e il rosso dell’alba. Era proprio come quelle immagini sfuggite nel suo pensiero, anche se il roseto non era fiorito. Si allontanò per il sentiero che attraversava il giardino, sicuro di se e di dove stesse andando, ma con ancora più pensieri che gli facevano raggelare l’anima. La sua inaspettata forza, quei suoi improvvisi ricordi, tutto era molto strano.
Giunse ad un piccolo parco giochi, altalene, scivoli, casette di legno, e altri giochi per bambini, quello doveva essere il posto dove tutto iniziò, o meglio finì. Si sedette su un’altalena e si accorse che oramai era diventato grande, il seggiolino era molto stretto sotto di lui, ma cercò di adattarsi, perché sentiva che stando li, avrebbe potuto ricordare. Si mosse lentamente dondolando come chi lo fa per la prima volta, e poi prende sempre più velocità; era tornato bambino, si stava divertendo insieme a tanti piccoli amici come lui, il sole era alto in cielo, ma era troppo caldo, si sentivano le risa, i cori di una festa e l’allegro vociare di bambini. Andava così forte sull’altalena che gli sembrava di toccare le nuvole, poi all’improvviso vide tutto nero, e gli schiamazzi di gioia erano diventate urla di dolore e sofferenza, solo un’immagine rimase impressa nella sua mente, una grande nuvola che si avvicinava velocemente verso di lui, una strana nuvola, diversa dalle altre, era come se dentro quei riccioli bianchi dei fulmini la attraversavano. Riusciva solo a sentire le grida disperate di aiuto, ma nessuno che riusciva a fare niente, le sirene dei soccorsi che forse li avrebbero potuti aiutare, salvare, ma salvare da cosa? Cosa era accaduto in quel giorno di festa? Michele aprì gli occhi, oramai era da molto tempo che era uscito, ma il sole non era ancora sorto, si guardò nuovamente intorno, si alzò e si diresse verso la recinzione di quella casa, cercò di allungare la mano oltre il cancello e trovò come un involucro di plastica a sbarrargli la strada, perché tutto era ancora così confuso e strano.
Sentì dei passi dietro di se, si voltò tremando di paura, vide la figura oscura che era entrata nella sua stanza, ma ora poteva vederla chiaramente, era vestita con una strana tuta, tipo quelle degli astronauti, gli si avvicinava lentamente senza essere minacciosa. Michele si fece coraggio e gli chiese « cosa sta succedendo? Chi sei? perchè non c’è più nessuno?....» avrebbe voluto continuare ma le lacrime iniziarono a scorrere sulle sue guance, e l’ombra oscura gli rispose « non ti preoccupare torna a dormire». Prese Michele, gli fece una rapida iniezione e lo riportò addormentato nella sua stanza.


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