L'ombra
Era tutto molto strano quella sera. Tutto sembrava non vero, come in un sogno, o forse meglio, come in un incubo. Ricordo le luci al neon che illuminavano debolmente la strada, le insegne accese di un ristorante cinese, con i suoi ideogrammi rossi intermittenti, e quelle di una libreria che raccoglieva e rivendeva testi usati o antichi, insomma di un qualche valore. E poi l’ombra.
L’ombra era apparsa all’improvviso, “un fulmine a ciel sereno” si potrebbe osare, volendo far uso di uno dei più comuni modi di dire. Tuttavia la definizione dell’evento ha davvero ben poca importanza, ciò che veramente mi preme è farvi capire che ciò che ho visto nella vita “reale” non è frutto della mia immaginazione. È per l’appunto “reale”. E vi assicuro che sto soppesando le parole con molta cura, senza esagerare.
Ma torniamo all’ombra. Appena la vidi un brivido mi percorse la schiena, lungo la spina dorsale. Come quando, stando sotto la doccia completamente nudo, una piccola ed insignificante goccia d’acqua cade sul collo e ti senti vibrare di freddo, come se quella goccia potesse modificare l’intera temperatura del proprio corpo.
La seguii. Almeno lo feci quando mi fui ripreso dal momentaneo intorpidimento delle mie membra. Aveva voltato per un vicolo, poco dopo le insegne della libreria, immerso nell’oscurità. Mi feci coraggio e mi inoltrai in quella tenebra. Quando posai il prima passo verso quel buio avvolgente, un neon cominciò a vibrare sopra la mia testa. Il cuore sembrò voler cessare il suo battito. Come già l’ombra, anche la luce mi apparve improvvisamente, accompagnata dal leggero ronzio elettrico così simile al volo di un calabrone.
Per la seconda volta mi ritrovai spaesato. Ma non desistetti, e proseguii il cammino.
Grazie alla, se pur debole, luce del neon, potevo proseguire nel vicolo e allungare lo sguardo alla ricerca dell’ombra. Ed eccola lì, due porte dopo di me, attendere, quasi ansiosa, che il mio sguardo volgesse su di lei, per poi infilarsi in un altro vicolo sulla sinistra.
La seguii lentamente. Diciamo che mi sentivo con un uomo sulla corda, un funambolo, incerto sul prossimo passo, un passo che poteva sapere di morte o darti, invece, l’esultanza degli applausi di un pubblico col fiato sospeso.
Fui distratto da alcuni repentini e furtivi rumori provenienti da un cassonetto alla mia destra. Indirizzai su di esso il mio sguardo e dovetti rasserenarmi, almeno per il momento, nel vedere che si trattava solo di un gatto alla ricerca di cibo tra gli avanzi gettati nella spazzatura.
Non potevo indugiare oltre, l’ombra mi attendeva.
Il vicolo dove si era insinuata stavolta era molto corto, sormontato da un arco, quelli molto comuni all’epoca medievale. Oltre quel piccolo anfratto si trovava una piazza. Forse proprio lì l’ombra mi attendeva, almeno così pensai quella sera.
La piazza aveva una forma al quanto singolare, era a forma di esagono. Ai bordi di ogni lato era sita una piccola aiuola col prato verde tagliato all’inglese. Oltre l’aiuola, poi, sempre per ciascun lato, era posata una panchina di marmo, su una di essere, ignaro del mio dramma, dormiva un barbone. La panchina poggiava su una parte della piazza decorata, nella pavimentazione, con sampietrini grigi e bianchi. Al centro poi, disegnata a forma di cerchio, sorgeva un’ampia fontana di marmo nero.
L’acqua che saltava dal piano più alto della fontana fino a raggiungere il suolo con un volo oserei dire quasi angelico, produceva quel confortevole rumore di pioggia che molto spesso era riuscito a placare il mio animo nei giorni più tristi della mia vita.
Dimenticai quasi la ragione per cui ero lì, ma improvvisamente, assolutamente senza volerlo, mi riscossi da quel sogno ad occhi aperti. L’acqua argentea per via dei lampioni che la illuminavano debolmente, mi aveva rapito. Allungai lo sguardo alla ricerca dell’ombra, non potevo averla perduta di vista.
Non so dire, adesso come adesso, perché volli continuare a seguirla. Potevo beatamente restare al centro della piazza esagonale a godere di quello splendido spettacolo, a fissare con calma e pacatezza i piccolissimi prismi d’acqua fare le loro lodevoli evoluzioni fino a raggiungere il laghetto sottostante. Invece no, cercai l’ombra, e la trovai.
Se ne stava lì, in trepidante attesa, accanto ad un bidone della spazzatura, di quelli moderni, per la sola raccolta di carta e cartone. Appena vi posai sopra lo sguardo ricominciò la sua folle corsa infilandosi in un portone aperto. Inutile dire che mi precipitai appresso a lei all’interno dell’edificio, quasi come una pantera sulla propria preda.
L’interno era illuminato, se pur debolmente, da una luce gialla a tempo. Non vedendo l’ombra nell’atrio ne dedussi che doveva essere salita al piano superiore, così, stavolta però senza fretta, cominciai a salire le scale a mia volta.
Arrivai, anche abbastanza velocemente, al primo piano, poco prima che la luce a tempo si spegnesse. Ebbi giusto il tempo di individuare l’interruttore. Riaccesi così la luce e non appena i miei occhi ebbero la gioia di poter rivedere cosa mi stava intorno, compresi immediatamente quale strada dovevo seguire. Non c’erano altre scale oltre quelle che avevo da poco salito, e delle tre porte, che di certo davano su altrettanti appartamenti, una sola era aperta. Così cercai di infilarmi all’interno senza fare troppo rumore. Riuscii abbastanza soddisfacentemente nell’intento.
L’appartamento era chiaramente in disuso. Sui mobili di fattura antica, avrebbero fatto gola a qualsiasi collezionista, vi si era posato, col tempo, almeno un dito di polvere, e i ragni, negli angoli più impraticabili, aveva preso dimora, costruendovi quasi degli immensi castelli di ragnatele.
L’ingresso dava su un lungo corridoio spezzato da una dozzina di porte. Tentai di accendere la luce per vedere meglio, ma non ebbi molta fortuna, nonostante gli innumerevoli tentativi non vi riuscii, evidentemente, pensai, avevano staccato la corrente. L’unica fonte di luce a mia disposizione, quindi, erano il debolissimo filo proveniente dal pianerottolo alle mie spalle, e i sottili raggi di luna che filtravano dalla finestra in fondo al lungo corridoio con le imposte dissestate.
Lentamente, col fiato sospeso e facendo attenzione a dove mettevo i piedi, cominciai ad affrontare il lungo corridoio. Passando davanti alla seconda porta sulla destra, il mio orecchio ebbe la percezione di un suono. Mi accostai alla porta e udì, con più precisione, che si trattava di voci, ma erano troppo deboli per poter udire cosa dicesse. Dovetti appoggiare del tutto l’orecchio alla porta per capire i loro discorsi.
«Lui è qui?», la voce che pose questa domanda era molto bassa e cupa, priva di qualunque accento, mi sembrò terribilmente innaturale, proveniente da chissà quale altro piano dimensionale. Assomigliava tanto alle voci che spesso davano a Belzebù nei film. Anzi pensandoci bene mi sembrò proprio lui in persona.
Credo sia inutile dire quale disagio provocò in me quella voce. Un misto di freddo e caldo mi pervase, come quando si stringe del ghiaccio in mano e il freddo è tanto pungente da intorpidirti la mano fino a ustionarla.
«Sì», la voce di una donna rispose alla domanda. Una voce molto dolce e melodiosa, l’esatto opposta della precedente.
«Stavolta è quello giusto?».
«Sì». La contrapposizione delle due voci mi fece ulteriormente gelare il sangue. Avrei voluto fuggire, ma ero troppo rattrappito, le mie gambe si rifiutarono di obbedire ai miei ordini.
«Fallo entrare!!», tuonò Belzebù.
Il mio cuore quasi si fermò.
Ebbi la sconvolgente paura che parlassero di me. E la certezza arrivò quasi come un pugno allo stomaco quando udii il rumore classico dei tacchi delle scarpe da donna avvicinarsi alla porta con una cadenza regolare, quasi ci fosse qualche che battesse il tempo per un’orchestra.
Volevo fuggire. Sì, volevo fuggire lontano da lì, ma ancora una volta le mie membra si rifiutarono di collaborare e restai lì, col cuore in gola, in attesa dell’inevitabile.
La serratura si esibii in acuti rumori metalli. La fissai con un rivolo di sudore freddo sulla punta del naso. Poi la maniglia cominciò a scendere. Piano, molto piano.
Girai lo sguardo verso l’uscita che mi avrebbe condotto fuori dall’incubo.
La porta cominciò ad aprirsi cigolando un po’ e facendo scivolare lentamente la luce della stanza lungo il pavimento del corridoio.
I miei nervi stavano cedendo. Caddi in ginocchio e chinai lo sguardo. Non volevo vedere, soprattutto non volevo sapere. Chiusi del tutto gli occhi cercando di evitare che la follia mi pervadesse del tutto.
La porta a quel punto doveva essere completamente aperta, perché non udii più il cigolio. Ne fui totalmente sicuro quando udii il rumore dei tacchi farsi ancora più vicino, terribilmente vicino.
Una mano calda di donna mi accarezzò il viso. Era così dolce, così leggera che trovai il coraggio di riaprire gli occhi e alzare lo sguardo sul suo viso. Solo ora mi rendo conto di quale errore feci con quel gesto apparentemente insignificante.
Davanti a me vidi un donna stupenda, incantevole in ogni forma. Fui rapito dalla sua bellezza. Aveva dei luminosi occhi verdi, capelli rossi riccioluti, lunghi fino alle spalle. Indossava una camicia bianca abbottonata per metà, mostrando la prosperità del suo seno raccolto in un reggiseno di pizzo bianco. Le gambe nude erano coperte fino a metà coscia da una gonna dello stesso colore, e ai piedi indossava delle scarpe nere, ovviamente, col tacco.
«Dov’è l’ombra?» chiesi timidamente, quasi d’istinto.
Lei sorrise.
«Portamelo!», urlò tonante Belzebù alle sue spalle.
«Seguimi…» mi disse dolcemente. Ed io lo feci.
Non ricordo cosa accadde dopo. Ho troppe poche immagini e per altro troppo vaghe. Posso solo dire che ora sono qui in una delle tante stanze di questo appartamento dimenticato da tutti. Le pareti sono bianche e a parte il letto e una piccola scrivania, dove per altro sono ora, non c’è altro.
Ogni volta che la splendida ragazza entra per portarmi da bere o da mangiare, le chiedo, «Dov’è l’ombra?», ma lei sorride, mi accarezza e se ne và.
Non vi posso neppure dire come fosse Belzebù, non lo ricordo. Ma so che non è lui l’ombra, e neppure lo è la ragazza. Ma allora chi è l’ombra e perché mi ha condotto fin qui?
Centro di Igiene Mentale. Pisa.
Resoconto del Professor Leonardo Asti.
Paziente numero 213, sesto giorno.
Il paziente dopo il sesto giorno di ricovero non sembra essere migliorato. Forse l’aver ucciso la moglie e la figlia l’ha definitivamente condotto alla follia. Continueremo la cura prevista, anche se non sono molto fiducioso. Riporto nel fascicolo alcuni fogli scritti di suo pugno con una matita. Nel racconto, come nelle visite dell’infermiera Claudia, continua a chiedere dell’ombra.
Sono perplesso. Chi è o cosa è l’ombra?


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